domenica 30 gennaio 2011

Mohamed Ghannouci traghetta la Tunisia verso una nuova dittatura..



Sono passate meno di due settimane dalla fuga di Ben Ali, con il popolo tunisino che festeggiava  per la libertà      ottenuta,Gennaio si avvia al termine e nella capitale si odono ancora spari con  misteriose sparizioni di manifestanti sopratutto di gente proveniente dal'entroterra tunisino ( Sidi bouzid ,Gasfa ecc) la tv di stato continua a riportare notizie riguardanti saccheggi attuate dal popolo, di atti di violenza e di razzismo  nei confronti dei tunisini del sud  diretti nella capitale dando vita alla famosa ''  marcia della dignità'' . Sono venuti da ogni angolo della Tunisia per manifestare contro Mohamed  Ghannoucci, e il suo governo , quest'ultimo per far calmare i bollori cambia i ministri ma il popolo continua a manifestare . ''Ghannouci se ne deve andare , è stato il braccio destro di Ben Ali per undici anni'' afferma un manifestante di Sidi Bouzid , un secondo manifestante grida dietro di lui ''  mio fratello è stato arrestato e non sappiamo che fine abbia fatto''. Le manifestazioni nella Casbah continuano da una settimana è la repressione di M. Ghannouci sta pian piano  assumendo la ferocia del regime Ben Ali, nelle ultime quattro giornate di scontri sono decedute quattro persone fra cui due di Sidi Bouzid per il lancio di Gas che secondo alcuni testimoni sono tutt'altro che lacrimogeni, secondo un testimone cui il video  gira sul web face bookiano un autista di un bus delle linee T.U.S è morto asfissiato per il lancio di un gas al'interno del mezzo , la polizia in borghese e in divisa distruggono vetrine di negozi ,disperdono e distruggono gli  accampamenti  degli manifestanti. Secondo la testimonianza di  un Medico ospite  al'emittente televisiva NESSMA  alcuni agenti in uniforme a Gafsa irruppero nella mattinata di Venerdi  in un ospedale del luogo disperdendo  persone e  distruggendo il tutto  nascondendo  droghe,armi da fuoco e armi bianche al'interno del'edificio sanitario per poi chiamare immediatamente i giornalisti per mostrare il tutto e screditare la rivoluzione attuata dal popolo. Nelle gli ultimi due giorni la televisione tunisina ha assunto spaventosamente le caratteristiche dell ex emittente del regime, con servizi del'operato del governo e notizie di presunti saccheggi da parte del popolo. 
Un video amatoriale mostra come le varie masse popolari provenienti da tutta la Tunisia ( Sidi Bouzid, Ben guerden, Gasfa ,Tattaouine ecc...) ricevono assistenza dagli abitanti di Tunisi , coperte ,latte, pane e altri  beni di prima necessita, quando un abitante di Tunisi si avvicina chiedendo la parola  : ci stanno accusando ingiustamente,dicono che siamo ladri e criminali, ci accusano di razzismo nei confronti delle popolazioni del sud, mostrando armi che solo la polizia possiede'' , chiedendo alla telecamere di girarsi l'uomo mostra il pane il latte e tutti i beni  di prima necessita che gli  abitanti di Tunisi hanno messo a disposizione degli accampati, durante il video un altro ragazzo che distribuisce bottiglie d'acqua naturale chiede alla telecamera di avvicinarsi '' guarda cosa stiamo facendo ,vogliamo dimostrare  al mondo che non siamo criminali come ci ha descritti Ghannouci e il suo governo, l'emittente '' El Watania'' è fortemente manipolata dal governo che  di conseguenza continua a screditare la nostra rivoluzione,  non fanno vedere  questi atti di solidarietà fra cittadini , non mostrano come il popolo tunisino è unito e si aiuta a vicenda, ma come si può  ottenere la libertà  se non ci si aiuta''. Con la caduta di Ben Ali sono aumentati i gruppi face bookiani contro il suo partito e contro Mohamed  Ghannouci, contenenti  video amatoriali , immagini e notizie vere dei fatti , è grazie a loro che noi Blogger tunisini d'Europa  stiamo continuando a riportare notizie della rivoluzione  senza essere influenzati dal emittente di stato '' El Watania''che fa apparire  la situazione sotto controllo, al'interno di questi gruppi un video viene condiviso di profilo in profilo, un ragazzo tunisino amministratore di un gruppo contro Mohamed Ghannouci ci fa vedere dei messaggi privati ricevuti da profili fantasma , messaggi contenenti  minacce intimano la chiusura di questi gruppi pena eventuali attacchi informatici ai singoli profili face book e alle loro caselle e-mail, fino ad arrivare a minacce contro la persona fisica, i vari blogger locali accusano attacchi informatici clandestini  contro i propri recapiti elettronici ,accusando Mohamed  Ghannouci  di tentare una censura ''clandestina'',Il paese è nel caos più totale , in un altro video amatoriale dei poliziotti  appostati  nei tetti delle case adiacenti le moschee impediscono  l'ingresso ai fedeli con spari ,lancio di pietre e legna di grossa portata, nemmeno l'arrivo di  Rashed Ghannoucci leader del partito islamico ''ENNAHDA'' ha raffreddato la situazione del paese sempre più in crisi per via delle repressione '' occulta'' del primo ministro Mohamed   Ghannouci. Con questa politica mascherata  Ghannouci tenta  di ricostruire un regime oramai ''defunto''  nel pieno  di una  rivoluzione che ha già fatto troppi morti, con risultati che si preannunciano disastrosi per ambedue le parti.            


Per i martiri 

Per il popolo 

Per la libertà della Tunisia.                    

                                                                                    Bou Sufi

                                                     

Mohamed Ghannoucci capo del governo ad  interim

Vittima della repressione del governo Ghannouci

Rashed Ghannouci Leader del partito islamico
'' ENNAHDA''


venerdì 28 gennaio 2011

Ancora Caos in Tunisia


Riprende la settimana lavorativa a Tunisi dove continua la protesta contro il governo. Si attendono ancora migliaia di dimostranti in piazza che continuano a chiedere la dissoluzione dell'esecutivo di unità nazionale cui viene contestata la presenza di troppi membri legati al vecchio regime.
Domenica 23 gennaio, una manifestazione ha percorso il centro della capitale e gruppi di dimostranti si sono riuniti lungo avenue Bourghiba, teatro in questi giorni del movimento di piazza. Intanto, nella mattinata di lunedì, si sono registrati scontri tra manifestanti e polizia, con tiri di lacrimogeni, davanti alla sede del governo dove hanno passato la notte centinaia di persone sfidando il coprifuoco. Tra loro molti giunti domenica, anche a piedi, nella capitale da più parti del Paese - da Sidi Bouzid in particolare- in quella che viene definita la 'Carovana della libertà' e che prosegue la sua marcia verso Tunisi.


Intanto alcune scuole sono riaperte, come previsto; erano rimaste chiuse dal 10 gennaio scorso. Le lezioni non sono però riprese perché molti insegnanti hanno aderito allo sciopero indetto dal sindacato (Ugtt).
Sulla ripresa delle attività nel Paese (con domenica si sono conclusi anche i tre giorni di lutto nazionale per le vittime dei disordini) punta molto il governo di unità nazionale che, sebbene contestato, si appella ad un necessario ritorno alla calma per poter procedere nella transizione. A questo proposito segnali di rottura giungono anche con la notizia di arresti eccellenti, tre stretti collaboratori di Ben Ali, tra cui un consigliere politico dell'ex leader e l'ex presidente del Senato. Domenica 23 gennaio è stato arrestato anche il proprietario della prima rete televisiva privata tunisina Hannibal, Larbi Nasra, accusato di "alto tradimento e complotto contro la sicurezza dello Stato".


martedì 25 gennaio 2011

Giallo sulla sorte del nipote di Ben Ali

MILANO - «Imed Trabelsi è stato assassinato da un poliziotto». Un sms svelerebbe la fine del nipote dell'ex presidente tunisino Ben Ali. A inviarlo ad un amico italiano, da Dubai dove è fuggita con la bimba di 15 mesi, sarebbe stata la moglie di Imed, Sarah. Ma per il ministro degli Interni tunisino, Ahmed Friaa, «Imed Trabelsi è vivo ed è sottoposto ad interrogatorio dalla polizia che sta indagando su di lui».

L'SMS - Il testimone italiano invece ci inoltra l'sms (scritto in francese, ndr) ricevuto dalla moglie di Imed che afferma il contrario e giura: «L'ho ricevuto giovedì - racconta l'amico italiano della famiglia - e c'era scritto che Imed "è stato accoltellato al cuore da un poliziotto o da un militare. Lei l'ha saputo da un amico medico che lavora nell'ospedale militare. Il corpo è stato seppellito nel cimitero dell'ospedale". Quindi altro che fuggito in Italia. Si uccide così un uomo? Può anche essere il mio peggior nemico ma la vita umana ha un valore». La fonte però vuole restare anonima per paura di ritorsioni ma si dice pronta a testimoniare se qualche giudice volesse vederci chiaro.IL VIDEO - S'infittisce così il giallo sulle sorti del nipote della first lady Leyla Ben Ali, moglie dell'ex presidente tunisino, dopo che alcuni blogger hanno scritto che Imed Trabelsi sarebbe vivo e in Italia. Lo dimostrerebbe un video pubblicato su Youtube nel quale appare Imed seduto a un tavolo assieme ad alcuni agenti di polizia mentre prepara la sua fuga dal Paese. Nel video si sente Trabelsi parlare al telefono in italiano: «No, no, dammi il piano di volo, mi lasceranno andare. Subito, per favore, perché la situazione è veramente critica». Per questa frase, secondo alcuni blogger, Trabelsi sarebbe riuscito a fuggire in Italia. Secondo Needhal Jerby, blogger tunisino, il video è stato girato il 14 gennaio, nel giorno della fuga del presidente Ben Ali, all'interno della stazione di polizia di Bourj Louzir, a poche centinaia di metri dall'aeroporto di Tunisi e poco lontano dalla città costiera di La Goulette, un comune a nord di Tunisi, del quale Imed era sindaco dallo scorso maggio. Secondo altri invece Imed si trovava in quel momento nella caserma di l'Aouina, sempre a Tunisi e sempre nei dintorni dell'aeroporto, con la minaccia di un imminente arresto da parte dell'esercito».

IL TESTIMONE - «Sono io quello con cui Imed parla al telefono», svela l'amico italiano che ha delle attività in nordafrica. «Imed era in aeroporto. Erano le 21,15. Gli stavo procurando un aereo. L'ho sentito di nuovo verso mezzanotte. Mi chiedeva di mandargli il piano di volo perché i soldati lo avrebbero fatto partire. Poi quando l'ho richiamato più tardi non mi ha più avuto notizie fino all'sms di giovedì della moglie». Imed Trabelsi, nipote di Leyla Ben Ali, così come tutto il clan Trabelsi, era considerato da una parte della popolazione locale come il simbolo della corruzione diffusa nel paese. Imed, prima della morte, dirigeva la catena Bricorama in Tunisia ed era sindaco di La Goulette. Imed, come hanno affermato all'Ansa Catherine Graciet, autrice insieme a Nicolas Beau, del libro «La reggente di Cartagine», sarebbe stato uno dei figli segreti (e non un nipote) della signora Ben Ali. Imed Trabelsi era rimasto coinvolto, insieme ad un altro nipote, Moez, in un traffico di auto di lusso e anche in una famosa vicenda di yacht rubati in Francia.

Articolo tratto dal '' Corriere''

giovedì 20 gennaio 2011

GOVERNO DI TRANSIZIONE, IL PARTITO DI BEN ALI ‘PERDE’ I MINISTRI

Nel giorno in cui è prevista la prima riunione del governo di transizione guidato dal primo ministro Mohamed Ghannouchi, secondo informazioni dell’agenzia di stampa tunisina ‘Tap’ e di Radio ‘Mosaique’, gli otto ministri che erano espressione del Raggruppamento costituzionale democratico (Rcd) hanno lasciato il partito dell’ex presidente Zine el Abidine Ben Ali mantenendo comunque i rispettivi dicasteri. Le dimissioni seguono manifestazioni di piazza che ancora ieri hanno animato il centro di Tunisi con migliaia di giovani che chiedono il completo esautoramento degli uomini del vecchio regime ancora presenti nell’esecutivo dove anzi occupano ministeri chiave come quello degli Interni, della Difesa, degli Esteri e delle Finanze. Le dimissioni dall’Rcd degli otto ministri seguono quelle del primo ministro e del presidente ad interim Foued Mebazaa che già martedì avevano lasciato il partito di Ben Ali. Nato come governo di unità nazionale, l’esecutivo che si riunisce oggi arriva inoltre monco di quattro ministri dell’opposizione dimessisi proprio per la forte presenza dell’Rcd. Intanto, mentre non si hanno almeno per ora notizie di nuove proteste (organizzate in genere alle 12 ora locale), ieri il presidente Mebazaa ha sottolineato in un suo intervento ripreso dalla stampa che sotto il profilo della sicurezza la situazione è nettamente migliorata e che “il paese si dirige verso la stabilità”. Secondo un comunicato governativo letto in televisione, 33 membri della famiglia di Ben Ali sono stati intanto arrestati per “crimini contro il paese” e i loro beni sequestrati. Mostrando le immagini di gioielli, orologi preziosi e carte di credito internazionali posti sotto sequestro, la televisione tunisina non ha precisato il nome degli arrestati né il loro grado di parentela con il presidente fuggitivo.[GB]
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La cattura di un gruppo di evasi dal carcere di Mehdia, un agente della polizia chiede uno ad uno la loro pena e il motivo della loro carcerazione, questi evasi sono la prova che gruppi vicini a Ben Ali hanno tentato di causare il caos in tutto, ma con la collaborazione delle forze del'ordine e del 'esercito l'ordine si sta ripristando nel paese.  

mercoledì 19 gennaio 2011

Ben Ali rifugiato in Arabia, l'interim al fedelissimo Mebazaa Ma è ancora caos: saccheggi e fughe in massa dalle carcer

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A Tunisi è l’ora dei gattopardi, di quelli che mentre tutto sta mutando vogliono, sottilmente, tutto restaurare, far sì che lo scandalo mirifico di un popolo arabo, il primo, che ha costretto il tiranno a fuggire rientri nell’ordine antico, il «benalismo» senza Ben Ali. C’è sempre un passato regime, un passato governo, una passata amministrazione cui attribuire omissioni e nefandezze, dopo aver indotto il tiranno a decollare confidano di poterne uscire senza ammaccature e col potere intatto. 

Lavorano in fretta, sanno di non avere molto tempo; adesso che la fantasia di questo povero popolo scorticato si è sfogata sarà difficile farla ritornare indietro. È una corsa che si gioca in 24, 48 ore forse. I gattopardi del ventennio tunisino, i ras, i notabili, gli uomini di affari, la borghesia grossa dei sazi contro la grande onda che si è alzata dalla strada. È un tempo affascinante e sospeso: la storia della Tunisia nuova che c’è, che vibra, scorre davanti a noi come il fiume di Eraclito. Ma è tempo tortuoso e di tortuose e ambigue reversibilità, ricatti e riscatti. 

Inevitabile in un Paese che da 23 anni non conosce altro che un regime mellifluo e corruttore. Per i ragazzi che sono andati in strada tutto ciò che viene prima di questo mese fatidico e precede il diluvio, è altra cosa. Ma quelli che ancora comandano e sceglieranno l’avvenire appartengono a prima del diluvio. E abissi del genere non si possono spesso oltrepassare. Come i partiti di opposizione che dovrebbero entrare nel governo di transizione e organizzare entro 60 giorni elezioni libere: erano, loro, a libro paga del regime, ingrassati con stipendi seggi e carriere. 

Ma non ce ne sono altri, i veri oppositori escono, stravolti, intontiti, da esilio e galera, non hanno sedi, mezzi, sono facce sconosciute. Tranne forse Rached Ghannouchi, il leader del Partito islamico, moderato, Ennahda, fuorilegge dal 1991, che si è detto pronto a tornare in patria dall’esilio parigino e alla formazione di un governo di unità nazionale. Due immagini, semplici, con l’avvertenza che questa è una realtà dove ancora «buoni» e «cattivi» si mescolano e si confondono. 

La prima. I ritratti di Ben Ali, la mano sul cuore, il sorriso da seduttore arrogante, giganteggiano ancora ovunque nelle strade della capitale, presidiati dai carri armati dello stato di emergenza. Stramberia? Dimenticanza? No, è la prova che nulla è deciso, che nessuno lo ha abolito anche se ormai c’è un nuovo presidente, Fouad Mebazaa, vecchio bourguibista, ovvero dell’età che con gli occhi di poi, appare d’oro zecchino. E dicono sia uomo di schiva e severa vita anche nel marciume dei tempi passati. Fin che i ritratti saranno lì, il benalismo non sarà cancellato. 

Il Potere nel Maghreb è soprattutto una faccia. Per abolirlo non bastano i documenti, bisogna umiliarlo iconologicamente, a fucilate, lordandolo di pietre, di vernice, bisogna scalpellarlo o almeno scialbarlo nei trivi, nelle bettole, nelle aule. Come si è fatto per Mussolini e Ceausescu, Siad Barre e Papa Doc. Questa rivoluzione ha dei martiri, ma non ha ancora una immagine simbolo, che sia il centro, il luogo geometrico della sua esistenza, che ne dica la storia. 

È sospesa nel vuoto. I suoi uomini, poi, sono qui, quelli che hanno qualcosa da perdere con il nuovo, e cioè qualcosa, con il benalismo, da guadagnare. Non sono pretoriani infrangibili, certo, ma marmaglia di affaristi, il clan degli innumerevoli fratelli generi cognati clienti. Che non rinunciava nemmeno a minuti intrallazzi, prendeva la tangente sugli esami all’università, sulla concessione di una licenza di taxi. Sanno che dovranno rendere quello di cui si sono infagottati le tasche e che è ancora qui, nascosto. 

Seminano, loro, il caos, sono la sponda dei più discreti e astuti gattopardi. Nella notte di ieri, ad esempio, squadre di incappucciati sbucati dal Nulla, indisturbati, sono andati all’assalto di negozi e supermercati. Ieri mattina, all’uscita Nord di Tunisi, dove c’è un grande centro commerciale della marca Géant, gli abitanti del quartiere trascinavano fuori dagli ingressi sventrati quanto restava sugli scaffali, residuali, pitoccanti sciacalli del saccheggio privilegiato degli altri. Altri incappucciati hanno dato fuoco alla stazione, in piazza Barcellona. 

Un lavoro da professionisti. Altre squadre forsennate hanno scorato palazzi e abitazioni, picchiando minacciando sequestrando. Ieri mattina un uomo usciva dal commissariato della Medina, e guaiva una domanda senza risposta: «Dov’è mio figlio?», rubato nella notte. I «teppisti» misteriosi viaggiavano confortevolmente su pick-up nuovi di zecca, tutti di una marca coreana di cui è concessionario esclusivo un genero di Ben Ali. 

I racconti passano di bocca in bocca in questo tempo tra passato e futuro, si nutrono di particolari, si cristallizzano, si gonfiano e si sfrondano. Dicono che i saccheggiatori erano guidati da poliziotti, quelli facinorosi, quelli che si sono macchiati di brutalità e di torture, che una volta valevano gratifica e medaglia e domani forse processi e galera: hanno aperto le prigioni arruolato gli evasi «legittimi» per il lavoro sporco. Evasioni di massa che in un caso si sono trasformate in un macello. 

Sono 57 i morti tra i detenuti di Mahdia, a 30 chilometri da Monastir, dopo l’incendio che ha permesso la fuga. Per questo la gente attende ancora prima di schierarsi. Perché ha una memoria per così dire proustiana del recente passato. Ha visto in televisione il primo ministro, Ghannoiui, venti anni a fianco di Ben Ali, maggiordomo obbediente, e al suo fianco un’altra faccia nota, Kallel, ex ministro degli Interni, le braccia ancora intinte fino al gomito nella repressione. Annunciavano, loro, imperturbabili, elezioni, e la partenza definitiva di Ben Ali. 

Allora i ragazzi dell’Intifada tunisina si sono chiesti: è questo il cambiamento? Ci siamo azzuffati per nulla e contro il nulla? Ieri mattina a Gafsa Sidi Bouzid Regueb Kasserine, il quadrilatero dei martiri, sono tornati in strada, e anche a Tunisi. «Qui stiamo girando in tondo, ci prendono in giro - sintetizzava un ragazzo indifferente alla polizia e ai soldati - dovremo bruciare la sede del partito di Ben Ali, la centrale dei ladri».

La seconda immagine, è la copertina di un giornale, specchio, sintesi, fusione, per cosi dire, raffinazione dell’ottimismo e della speranza, saggia, non impertinente e sprovveduta. È Le quotidien uno dei pochi ieri in edicola; titolo La volontà del popolo trionfa, e via di seguito senza respiro per nove pagine di prove dell’era nuova e della brutalità poliziesca. 

Se dici al redattore capo Kamel Zaiem «complimenti avete coraggio», ti risponde: «No, per essere davvero coraggiosi quel giornale avremmo dovuto pubblicarlo il giorno prima, quando nulla era ancora cambiato». Per Zaiem e i tanti come lui, oggi in Tunisia, «essere ottimisti è un dovere, ci saranno giorni e ore difficili, tremendi, ma indietro non si tornerà, la gente non ha più paura». I gattopardi siano attenti al ribollire della lava. Il privilegio di una rivoluzione è di non permettere a nessuno di decidere che è finita.



 Articolo di Domenico Quirico l'inviato di Tunisi

domenica 16 gennaio 2011

Tunisia nel caos post Ben Ali

TUNISI
La fuga del presidente Ben Ali ha gettato ancor più il Paese nel caos sul piano della sicurezza, con fughe di massa dalle carceri e il terrore dei saccheggi e delle devastazioni nonostante lo stato di emergenza e il coprifuoco, mentre, sul fronte politico, si cerca una via d’uscita dalla crisi con la formazione di un governo d’unità nazionale. 

Dopo 23 anni di regime la Tunisia è un Paese da rifondare, ed il rattoppo tentato ieri con il conferimento dell’interim al primo ministro Mohammed Ghannouchi non è durato che poche ore. Le proteste dell’opposizione e delle piazze, con manifestazioni in tutto il Paese grazie anche al passaparola su internet finalmente liberato, hanno spinto il governo a bandire ogni carattere di «temporaneita» all’assenza del presidente, decretando la vacanza definitiva della carica sulla base dell’art. 57 della Costituzione. 

Il presidente del Parlamento Foued Mebazaa ha assunto temporaneamente i poteri presidenziali e il Consiglio costituzionale ha annunciato nuove elezioni presidenziali entro 60 giorni. Il caos e le violenze però hanno subito oggi una drammatica impennata: migliaia di detenuti sono evasi dalle carceri e molti sono stati uccisi in tutto il Paese, da Monastir a Madhia, da Sfax a Kairouan, da Kasserine a Biserta fino a Kram, Cartagine e lo stesso centro di Tunisi. A Monastir decine sono morti anche a causa dell’incendio appiccato ai materassi di un dormitorio dopo un assalto con trattori per sfondare i muri di recinzione. E cresce la paura dei saccheggi e delle devastazioni, ormai attribuiti principalmente a uomini fedeli a Ben Ali. 

In diversi sobborghi di Tunisi - popolari e benestanti - e in altre zone del Paese la popolazione si è asserragliata nelle case e ha cominciato ad organizzarsi con ronde armate per respingere eventuali assalti. Dopo aver sciolto il governo, il presidente ad interim oggi ha affidato allo stesso premier Ghannouci l’incarico di formarne un altro, assicurando che «nessuno sarà escluso» dal processo politico e che il prossimo esecutivo sarà «un governo di unità nazionale». Accolte così le richieste dell’opposizione, e in particolare del suo leader più riconosciuto, Mohammed Nejib Chebbi, fondatore del Partito Democratico Progressista, che nel 2009 aveva inutilmente tentato di presentarsi alle urne come rivale di Ben Ali. Ma il suo Pdp è fuori del Parlamento, non essendosi allora, per protesta, presentato alle elezioni. E lo stesso Chebbi non avrebbe i titoli per presentarsi alle presidenziali fra due mesi, essendo stata la Costituzione modificata proprio su misura per la sua esclusione. 

Il confronto politico che proseguirà domani dovrà dunque trovare un consenso comune non solo sulla formazione del nuovo governo, ma anche sull’escamotage normativo con cui permettere a tutti - è la richiesta del Pdp - di correre per le presidenziali. Ma sulla scena politica tunisina torna ad affacciarsi un soggetto politico da lungo tempo escluso: è Rached Ghannouchi, leader del Partito islamico-moderato Ennahda, fuorilegge in Tunisia, che da Londra si è detto pronto a tornare in patria e a a partecipare al governo di unità nazionale. «L’intifada tunisina è riuscita a far cadere la dittatura», ha detto da Parigi. Il Paese tradizionalmente piu laico del Maghreb sembra dunque sul punto di tornare a confrontarsi con la questione dell’islam politico, che preoccupa anche i suoi vicini.

venerdì 14 gennaio 2011

Tunisia : Ben Ali scioglie il governo e fugge


Pomeriggio da altissima tensione in Tunisia: il presidente Ben Ali ha destituito tutto il suo governo, insieme al sindaco di Tunisi, quindi ha indetto le elezioni anticipate e proclamato lo stato d'emergenza nazionale. Si andrà a votare entro i prossimi sei mesi. Dopo questa decisione, il presidente è fuggito dal Paese(secondo una radio locale sarebbe già a Parigi, ma l'Eliseo ha detto di non avere alcuna informazione in merito). 

PREMIER IN TV: "ASSUMO I POTERI" - Il primo ministro Mohamed Ghannouchi (nella foto), ha assunto la presidenza della Repubblica ad interim: lo ha dichiarato lo stesso primo ministro annunciando la sua intenzione di rispettare la costituzione e riportare la stabilità nel paese. "Mi impegno - ha detto Ghannouchi in un messaggio televisivo - a rispettare la Costituzione e a portare avanti le riforme politiche, economiche e sociali annunciate attraverso consultazioni con tutte le parti politiche inclusi i partiti politici e la società civile". Le immagini sono state mostrate dalle tv arabe Al Jazeera e Al Arabiya, secondo cui sarebbero stati arrestati alcuni familiari della moglie di Ben Ali.
TENTATO ASSALTO AL MINISTERO DELL'INTERNO - Ghannouchi, premier uscente, ha avuto l’incarico di formare un nuovo esecutivo. Si tratta di due mosse dure ma decise, nella speranza che si concludano così gli incidenti che da giorni sono in corso nelle strade di tutto il Paese. Dopo la diffusione di queste notizie, però, i manifestanti hanno tentato di assalire il Ministero dell'Interno, ma la polizia ha respinto la folla con delle cariche. Mercoledì era stato destituito proprio il titolare di questo Dicastero.

STATO D'EMERGENZA - Con la proclamazione dello stato d'emergenza nazionale, Ben Ali autorizza la polizia a sparare sulla folla (qualche giorno fa aveva invece ordinato agli agenti di non aprire il fuoco sui manifestanti). Viene così ampliato il coprifuoco che da oggi scatterà non più alle 20 ma alle 17, per concludersi in mattinata inoltrata. E' stato inoltre annunciato il divieto di assembramento quando superi le tre persone. Lo spazio aereo su Tunisi è stato chiuso e l'esercito ha preso il controllo dell'aeroporto principale del Paese.

LE VITTIME DI GIOVEDI' - Secondo fonti ospedaliere, intanto, il bilancio degli scontri di giovedì in tutto il Paese ammonterebbe a 13 vittime. Il chirurgo Fares Belhassen ha detto che nell'ospedale "Charlas Nicolle" della Capitale ci sono 10 morti e 50 feriti. Un impiegato dell'ospedale Khereddine ha invece riferito che tre persone sono morte e 6 sono rimaste ferite negli scontri con la polizia avvenuti a Kram, nel nord. Il bilancio, non ufficiale, complessivo è fermo a più di 60 vittime.

L'OMBRA DI AL QAEDA - Ora scende in campo anche al-Qaeda. In un videomessaggio trasmesso via web, la cellula terroristica operante nel Maghreb islamico (Aqmi) ha espresso il suo supporto ai manifestanti che da giorni protestano contro il governo di Ben Ali. Nel video di 13 minuti, individuato da Site, servizio Usa di monitoraggio dei siti islamisti, l'algerino Abu Musab Abdul Wadud, leader di Aqmi, invita i tunisni a mandare "i vostri figli da noi per ricevere formazione all'uso delle armi e fare esperienza militare". La richiesta di Abul Wadud è poi esplicita: mobilitarsi in tutto il Paese per far cadere "il regime corrotto, criminale e tirannico" di Ben Ali, portando all'affermazione nel paese della shaaria, la legge islamica.

"Sono passati 23 anni da quando il dittatore è al potere in Tunisia - prosegue il terrorista, il cui vero nome è Abdul Malik Droukedel - il criminale Ben Ali è rimasto al potere nonostante vi torturasse e nonostante la sua corruzione. Ora è venuta questa intifada di Sidi Bouzid, che è una voce che rompe il silenzio che ha coperto a lungo Tunisi e Keirouane". Il terrorista algerino definisce la rivolta tunisina "una intifada attesa da tempo» e traccia analogie con le proteste dei giorni scorsi in Algeria, ricordando però che "Ben Ali è un faraone del nostro tempo, che ha imposto al paese un regime laico con ferro e fuoco". L'emiro di al-Qaeda nel Maghreb invita quindi i tunisini "ad espandere la rivolta in tutto il Paese", in modo che possa sfociare "nel jihad". "Per questo siamo pronti ad inviarvi i nostri uomini, per insegnarvi l'uso delle armi". 
14/01/2011

giovedì 13 gennaio 2011

Terra mia è perdono quello che ti chiedo

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Intervento del presidente Ben Ali alla Tv di stato, durante l'intervento il vile e astuto dittatore promette un sacco di cambiamenti  fra cui la liberta di stampa, la liberta di pensiero, l'abbassamento dei generi di prima necessita, l'apertura di youtube e lo stop alla censura di internet.....

mi pongo una serie di domande? gli ottanta fratelli sono morti solo per questa causa?, solo per rendere youtube visibile in Tunisia? solo per vedere lo zucchero costare di mezzo centesimo in meno? sono morti per la liberta della propria terra , per la liberta dei loro cari da un futuro colmo di menzogne e di paura, per un futuro senza Ben Ali...I fratelli sono morti per noi  tunisini del mondo, sono morti per il nostro futuro benessere , nel mentre scrivo questa breve nota una lacrima di dolore e di vergogna scende  sulla mia guancia, una lacrima che rimprovera il sottoscritto per non essere stato all'altezza  del suo popolo , quel popolo con cui condivisi le gioie del'infanzia,con cui condivisi le titubanze del'adolescenza e gli interogattivi del giovane uomo.  fratelli miei mi vergogno di non aver lottato con voi  ,voi che ad ogni mio  ritorno a casa , mi aspettavate a bracce aperte , ospitandomi nelle vostre case e facendomi sentire un vero figlio della Tunisia , e adesso nel mentre voi morite io sono qui al sicuro  ,lontano dalla sofferenza della mia terra ...La terra dove sono sepolti i miei avi , dove sono sepolti i miei carissimi nonni, dove seppelirò mio padre e dove  un giorno sarò sepolto, la terra dei miei nonni e di mio padre, che ha saputo tramandarmi   tutti i valori che un padre tunisino possa dare al figlio...Tunisia  chiedo il tuo perdono  per non essere stato all'altezza nell'estirpare il male che ti stava  logorando, per non aver versato il mio sangue per la tua causa e la causa dei tuoi figli....

Bousufi

14 gennaio 2011

IO ,studente e blogger prigioniero di Ben Ali

Censura, povertà e voglia di fuga le micce della rivolta. "Per noi giovani dal futuro negato è cominciata la rivoluzione". La paura del regime e l'amore per il Paese.
Pubblichiamo la testimonianza di uno studente universitario tunisino che si firma con uno pseudonimo: il testo è stato pubblicato sul blog collettivo di Nawaat, sito vicino all'opposizione

videoFACCIO parte della nuova generazione vissuta in Tunisia sotto il regno assoluto di Ben Ali. Al liceo, al college, si ha sempre paura di parlare di politica. "Ci sono spie dovunque", ci dicono.

Nessuno osa discuterne in pubblico. Nessuno si fida. Il vicino, un amico, il droghiere può essere una spia di Ben Ali. Vuoi che ti portino via a forza, te o tuo padre, in qualche luogo indefinito, la sera o alle quattro del mattino?
Si cresce con questa paura di impegnarsi, e si continua a studiare, si va in giro, si esce la sera senza occuparsi di politica. Negli anni del liceo si cominciano a conoscere i meandri della famiglia reale, e si sentono storie qua e là, su questo o quel parente di Leila (la first lady tunisina, ndr.) che ha preso il controllo dell'industria, che si è appropriato dei terreni di qualcun altro o che ha trattato con la mafia italiana.

Se ne parla, se ne discute tra noi, tutti sono al corrente, ma non si agisce. Si proseguono gli studi, in breve ci si rende conto che la tv tunisina è la peggiore di tutte, ogni informazione è un inno alla gloria del presidente. Ben Ali appare sempre nella sua luce migliore. Tutti sanno che si tinge i capelli di nero. Sua moglie, con quel suo sorriso legnoso, non piace a nessuno; non è mai sembrata sincera.

Si vive. O non si vive,
si pensa di vivere. Si ha voglia di credere che tutto vada bene, perché si fa parte della classe media, ma si sa che durante il giorno i bar sono pieni zeppi di gente: disoccupati che discutono di calcio.
I primi locali notturni aprono le porte, si incomincia a uscire, a bere, a fare vita notturna dalle parti di Sousse o di Hammamet. Circolano altre storie su un certo Trabelsi (il cognome della first lady, ndr) che ha spaccato la faccia a uno perché gli andava di farlo, o di un altro con lo stesso cognome che ha provocato un incidente stradale e poi se ne è tornato a casa a dormire. Queste storie, ce le raccontiamo in fretta, discretamente. Ci vendichiamo a modo nostro: raccontando, ci sembra di complottare.

I poliziotti hanno paura. Se gli dici che sei parente di Ben Ali tutte le porte si aprono, negli alberghi ti danno le stanze migliori, i parcheggi sono gratis, il codice stradale cessa di esistere. La Tunisia diventa un campo da gioco virtuale. Non rischiano nulla, possono fare quello che vogliono, trattare le leggi come fossero marionette.
Internet è bloccato. Le pagine censurate vengono fatte passare per non trovate o inesistenti. A scuola ci si scambiano i proxy (le strade per evitare la censura informatica, ndr). "Hai un proxy che funziona?" è la parola d'ordine; non si sente dir altro.

Siamo stufi, e ne parliamo tra noi, sappiamo tutti che Leila Ben Ali ha cercato di vendere un'isola tunisina, che vuole chiudere la Scuola Americana di Tunisi per promuovere una sua scuola: queste storie circolano. Su Internet e nelle borse ci scambiamo "La reggente di Cartagine" (una biografia impietosa della first lady, ndr). Amiamo il nostro Paese, vorremmo veder cambiare le cose, ma non c'è un movimento organizzato. La tribù è pronta, ma il capo manca all'appello.

La Tunisia, la corruzione, le tangenti - c'è semplicemente la voglia di andarsene di qui, ci si candida per andare a studiare in Francia, in Canada ... Vorresti piantar lì tutto. Sei un vigliacco, lo riconosci. Il Paese, lo lasci a loro.
Te ne vai in Francia, dimentichi per un po' la Tunisia, ci torni in vacanza. La Tunisia? È la spiaggia di Sousse, o quella di Hammamet, o locali notturni, i ristoranti. Ecco cos'è la Tunisia: un gigantesco Club Méditerranée.
Ed ecco che WikiLeaks rivela in piena luce quello che tutti mormoravano.

Ed ecco che un giovane si immola col fuoco..

E 20 tunisini sono uccisi in un solo giorno.

E per la prima volta si vede in tutto questo l'occasione per ribellarsi, per vendicarsi di questa famiglia reale che si è impossessata di ogni cosa, di rovesciare l'ordine costituito che ha accompagnato l'intera vita di noi giovani.
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Giovani che hanno studiato; e che ora ne hanno abbastanza. E si preparano a immolare tutti i simboli di questa vecchia Tunisia autocratica, con una nuova rivoluzione, la Rivoluzione del Gelsomino, quella vera.

mercoledì 12 gennaio 2011

Attaccata troupe televisiva italiana a Tunisi

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TUNISI - Documentare la protesta popolare che da settimane infiamma la Tunisia è costato caro ad una troupe del TG3. Unici giornalisti muniti di telecamera che si trovavano sulla Piazza della Porta di Francia invasa dai manifestanti, Maria Cuffaro e Claudio Rubino, hanno fatto appena in tempo a vedere la polizia che 'caricavà i dimostranti. Poi la violenza ha raggiunto anche loro. Ad aver la peggio è stato l'operatore, colpito in testa da un manganello della polizia e derubato della telecamera. Un brutto taglio, tanta paura, ma fortunatamente nessuna conseguenza grave. Sono stati gli stessi protagonisti, una volta rientrati in albergo per farsi medicare, a raccontare all'ANSA cosa è accaduto. «Eravamo lì con la troupe mentre per la prima volta sindacati e comunisti manifestavano insieme nel centro di Tunisi. In tutto saranno stati un centinaio di persone, uomini e donne. La polizia in divisa era dovunque, ma tanti poliziotti indossavano strane giacche rosse» racconta scossa, ma con la voce ferma, Maria Cuffaro, che spintonata a terra dai poliziotti che le hanno requisito il microfono. Non era mai successo, in 23 anni di regime, che la gente scendesse in piazza, nel centro della città. E questo, ne è convinta la giornalista, ha fatto «impazzire tutte le file del regime» che non hanno retto all'impatto con le telecamere. «Avevamo l'autorizzazione a filmare - prosegue il racconto Claudio Rubino - per questo i poliziotti ci hanno permesso di essere in piazza. Mi trovavo dietro i primi che hanno iniziato la carica quando, alle spalle, mi è arrivata una manganellata in testa. Una botta fortissima. Ho cercato di resistere per non farmi prendere la telecamera, ma alla fine ho ceduto. Erano troppi». Il tempo di avvisare l'ambasciata a Tunisi ed i due sono riusciti a rientrare in albergo dove Rubino è stato medicato alla ferita sulla testa. Immediata la reazione dell'ambasciatore Piero Benassi che ha chiesto alle autorità tunisine di «garantire alla stampa italiana sul territorio garanzie di lavoro e assistenza dove necessario». «Fatti del genere non devono accadere più, abbiamo fermamente protestato», ha commentato da parte sua il ministro degli Esteri, Franco Frattini. Neanche un'ora di tempo e la polizia ha miracolosamente riconsegnato la telecamera sottratta. «È evidente - osserva la Cuffaro - che ce l'avevano loro». Nonostante lo spavento ed il gran mal di testa Rubino (un 'magò delle tecnologie l'ha definito la Cuffari) si è messo al lavoro è a dispetto dei tentativi dei tunisini di cancellare il filmato è riuscito a recuperare tutto dall'hard disk. In tempo per l'edizione serale del Tg3. Domani la troupe tornerà al lavoro, assicura Rubino promettendo al contempo di farsi vedere da un medico. Poi gli scappa una risata. «Prima ho ricevuto un sms firmato dal presidente della Rai Paolo Garimberti. Ho pensato ad uno scherzo e invece - racconta ancora incredulo - era proprio lui che voleva sapere come stavo».

FNSI: "INDIGNATI" Il Congresso della Fnsi, in una mozione approvata all'unanimità, esprime «indignazione per l'aggressione subita oggi dai giornalisti del Tg3 che stavano svolgendo il loro lavoro a Tunisi per documentare le proteste in corso nel Paese». «Il Congresso - si legge ancora nella mozione - esprime vicinanza, solidariet… e sostegno al Sindacato dei giornalisti tunisini che a gran voce in queste ore rivendicano il loro diritto-dovere di informare sulla protesta sociale che da settimane scuote il Paese e la dura repressione che ha gi… fatto decine di morti. 'Libert… per la Stampa in Tunisià: con questo slogan e con le foto delle persone uccise nei disordini, i colleghi tunisini hanno tentato di scendere in piazza ma sono stati bloccati dalla polizia nella sede del loro sindacato. Siamo, e saremo sempre al fianco, anche con la Ifj, dei giornalisti tunisini nella loro lotta contro la censura e per la libert… di informazione»

TESTIMONE: "MORTO UN 27ENNE" Ad Hammamet ha perso la vita, colpito dal fuoco della polizia, un dimostrante ventisettenne. Lo ha riferito all'Ansa un testimone che ha detto di aver assistito agli scontri. Si tratta della prima vittima nella zona.

ESCALATION DI SCONTRI La scintilla che ha fatto scoppiare la rivolta dei giovani tunisini si è accesa poco più di tre settimane fa a Sidi Bouzid, nel centro della Tunisia, con il gesto disperato di un ambulante che si è dato fuoco. Poi la protesta contro il carovita e la disoccupazione si è allargata al resto del Paese, fino alle strade di Tunisi.
18 DICEMBRE 2010 - Mohamed Bouazizi si dà fuoco davanti all'edificio del governo di Sidi Bouzid per protestare contro la confisca da parte della polizia del suo banchetto abusivo di frutta e verdura. L'uomo morirà il 5 gennaio.
24 DICEMBRE 2010 - Sull'onda del gesto disperato di Bouazizi, tutta la regione diventa teatro di manifestazioni che degenerano in scontri con la polizia. A Menzel Bouzayane un ragazzo di 18 anni viene ucciso da un colpo di arma da fuoco. Un altro dimostrante morirà il primo gennaio per le ferite riportate.
27 DICEMBRE 2010 - La protesta arriva nella capitale, una dozzina di persone rimane ferita durante una manifestazione.
29 DICEMBRE - Altri due giovani disoccupati tentano il suicidio a Gafsa Zar e a Sidi Bouzid. In un rimpasto di governo, deciso in seguito dalle proteste, il presidente Ben Ali nomina i nuovi ministri della Gioventù, del Commercio, della Comunicazione e degli Affari religiosi.
4 GENNAIO 2011 - Dopo alcuni giorni di relativa calma si riaccende la protesta di studenti e disoccupati in diverse località della Tunisia.
7 GENNAIO 2011 - Gli Stati Uniti esprimono «preoccupazione» per quanto accade nel Paese nordafricano e convocano l'ambasciatore tunisino a Washington. Intanto si contano 5 feriti tra i manifestanti vicino a Sidi Bouzid.
8 GENNAIO 2011 - Un altro venditore ambulante si dà fuoco a Sidi Bouzid. A Tunisi si tiene una grande manifestazione indetta dall'Unione Generale dei Lavoratori Tunisini per chiedere «pane e dignità ». Il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, si dice «preoccupato» e sostiene il governo «per intervenire sui prezzi dei prodotti» alimentari e «per riportare la calma».
9 GENNAIO 2011 - Nella notte tra l'8 e il 9 gennaio, si infiammano le proteste a Thala e Kasserine. A fine giornata il bilancio sarà di 14 morti secondo fonti del governo, 28 secondo altre testimonianze. Il leader storico del Partito democratico progressista all'opposizione, Ahmed Nejib Chebbi, rivolge un appello a Ben Ali per «far cessare il fuoco» contro cittadini innocenti.
10 GENNAIO 2011 - Secondo radio Kalima, il bilancio delle vittime degli scontri dei giorni precedenti ammonterebbe a 50 morti. In un discorso alla nazione il presidente Ben Ali accusa gli autori dei disordini di «atti di terrorismo» e denuncia «ingerenze straniere». Il governo annuncia la chiusura di scuole e università, fino a nuovo ordine. L'Ue condanna le violenze e l'arresto dei dissidenti.
11 GENNAIO 2011 - Il bilancio ufficiale delle vittime degli scontri nel fine settimana sale a 21. Scoppia la rivolta alla periferia di Tunisi, si mobilita l'esercito. Anche dalla Francia arriva la condanna per le violenze.
12 GENNAIO 2011 - Violenti scontri si registrano tra dimostranti e polizia in pieno centro a Tunisi. Nuove vittime. Ben Ali nomina il nuovo ministro dell'Interno e ordina il rilascio degli arrestati che non siano «implicati in gravi atti di violenza». L'Alto rappresentante Ue per la politica estera, Catherine Ashton, condanna l'uso sproporzionato della forza da parte della polizia tunisina.

L'esercito nazionale occupa la capitale

La protesta in Tunisia per il lavoro e contro il caro-vita è esplosa oggi anche in un sobborgo operaio della capitale, Etadhamoun, dove si sono verificati scontri durante i quali la polizia ha sparato sulla folla. Vi sarebbero morti e feriti, mentre in aiuto alla polizia è intervenuto anche l'esercito.

I dimostranti hanno attaccato edifici 


Saccheggiato negozi e dato fuoco a una banca e a una stazione della polizia. Nella municipalità‚ 15 chilometri dal centro di Tunisi, è stata interrotta l'illuminazione stradale. La polizia ha lanciato lacrimogeni e sparato in aria. Poi gli agenti hanno iniziato a sparare ad altezza d'uomo e, secondo testimoni, vi sarebbero morti e feriti. I dimostranti hanno anche appiccato il fuoco allo stabile che ospita gli uffici della municipalità. La polizia ha bloccato tutte le vie di accesso e uscita dalla città, mentre in aiuto degli agenti sono stati mobilitati anche uomini dell'esercito. I dimostranti hanno interrotto la circolazione sull' autostrada che unisce Tunisi a Biserta. 

Nella sola città di Kasserine ci sono stati una quarantina di morti 

In cinque giorni, oltre a 65 i feriti. Solo ieri i morti sono stati 14, ha detto un gruppo di avvocati di fronte al Palazzo di Giustizia della città. «Erano semplici cittadini disarmati che hanno trovato la morte sotto i colpi di tiratori scelti - ha detto l'avvocatessa Salma Abbasi - Io stessa ho visto dalla mia macchina che la Polizia tirava direttamente sulle persone. Noi ci chiediamo chi ha dato l'ordine di sparare e chi alla Polizia di ritirarsi. La Polizia infatti ieri è stata presente per tutta la giornata degli scontri, e poi è improvvisamente scomparsa subito dopo la fine del discorso del presidente in tv».

«Nella notte tra sabato e domenica a Thala sono state uccise nove persone                                  
ha aggiunto Monia Bou Ali - Otto di loro erano state colpite alla testa, al torace o al collo, il nono ad una gamba. Ma per cinque ore è stato lasciato senza soccorsi in strada, perchè a chi tentava di avvicinarsi veniva impedito, in quanto si diceva che era già morto». Sempre a Thala, ha proseguito Salma Abbasi, «io stessa ho tentato di mediare tra la polizia e la gente sul numero delle persone che avrebbero potuto partecipare ai funerali della vittime, perchè gli agenti non volevano che fossero più di due parenti per morto. E io stessa sono stata arrestata per tre ore».

Thala è stata posta sotto assedio dalla polizia. 

Un ingente dispiegamento di forze di sicurezza presidia tutte le arterie principali della città per impedire che si svolgano nuove manifestazioni di protesta dei disoccupati, dopo quelle dei giorni scorsi. Un mezzo della polizia ha attraversato le vie della città con l'altoparlante invitando i cittadini a rimanere in casa e annunciando il divieto di assembramenti.

Secondo il governo le vittime degli scontri nelle ultime 72 ore sono 21 

Il ministro delle comunicazioni Samir Labidi ha bollato come totalmente falsi i bilanci che parlano di 40 o 50 morti.

Quinto suicidio. 

 Un 23enne si è ucciso salendo su un palo dell'elettricità per poi gettarsi sui cavi dell'alta tensione nella regione di Sidi Bouzid. Si tratta del quinto suicida dal 17 dicembre, quando si è tolto la vita Mohamed Bouaziz, 26 anni, un ambulante che si è dato fuoco per protestare contro il sequestro della sua merce: quella morte ha dato inizio alle violente dimostrazioni. Il suicida è Allaa Hidouri, laureato e disoccupato: era stato ferito alle gambe da proiettili durante le dimostrazioni del 24 dicembre nella località di Menzel Bouzaine, dove c'erano stati un morto e diversi feriti.

SCONTRI IN TUNISIA, SI AGGRAVA IL BILANCIO

  Continua ad aggravarsi il bilancio degli scontri tra manifestanti e forze dell'ordine che da giorni si susseguono in Tunisia. Anche il ministero dell'Interno ha ammesso altri quattro morti, risalenti a lunedi', che hanno cosi' portato a 18 il computo ufficiale.
  Ma situazione sarebbe ancora piu' grave: secondo il principale sindacato nazionale Ugtt, negli ultimi tre giorni avrebbero perso la vita oltre 50 persone soltanto nella regione centrale di Kasserine; una cifra analoga era stata gia' indicata dalla Federazione Internazionale per i Diritti Umani, organizzazione con sede a Lione che raggruppa 164 movimenti umanitari, e che e' presieduta dal tunisino Souhayr Belhassen.
  AMNESTY INTERNATIONAL DENUNCIA DECINE DI MORTI
Di decine di morti ha parlato anche Amnesty International.
  In giornata a Tunisi l'atmosfera appariva peraltro relativamente tranquilla, in conseguenza della chiusura a tempo indeterminato di scuole e atenei ordinata dal presidente Zine al-Abidine Ben Ali. Il discorso del capo dello Stato che ha denunciato "atti terroristici" nelle proteste di piazza ha innescato ulteriore tensione in varie citta', tra cui el-Kef e Gafsa, dove la polizia ha usato i lacrimogeni per disperdere la folla inferocita. Nella capitale le strade sono per lo piu' deserte, in quanto pochi cittadini si sono recati al lavoro. Sembra esserci scetticismo sulla promessa di Ben Ali di creare 30mila posto di lavori entro il 2012 per contrastare la disoccupazione, uno dei fattori determinanti nell'innescare i tumulti.
I TUMULTI INNESCATI DALL'AUMENTO DEI PREZZI DEL PANE
La rivolta e' stata innescata dall'aumento dei prezzi del pane, che ha fatto esplodere l'esasperazione della popolazione tunisina, e anche di quella della vicina Algeria. L'origine delle proteste ha preso le mosse in dicembre, dopo il suicidio di un 26enne laureato privo di occupazione, il quale si diede fuoco per ribellarsi alla confisca da parte della polizia dei prodotti agricoli che stava cercando di vendere, senza la necessaria licenza, per procurarsi di che vivere.

lunedì 10 gennaio 2011

Scontri in Tunisia: almeno 20 morti. L'opposizione lancia l'appello: "Fermate il fuoco"


Sono almeno 20 le persone rimaste uccise negli scontri tra manifestanti e polizia che si sono verificati in due città della Tunisia, Thala E Kasserine, nella zona centro-occidentale del Paese. Lo riferiscono fonti dell'opposizione. Ma secondo il ministero dell'Interno tunisino i morti sarebbero otto e nove le persone rimaste ferite.
I dati forniti dal governo tunisino - A Kasserine gli scontri sono terminati con tre morti e sei feriti fra i manifestanti, ha precisato il ministero in un comunicato diramato dall'agenzia tunisina Tap. Diversi membri delle forze dell'ordine sono stati feriti, di cui due versano in "condizioni critiche", ha precisato. A Thala, tre persone sono decedute per le gravi ferite riportate, facendo salire a cinque il numero dei morti, secondo il ministero che menziona anche tre feriti. Il governo conferma per la prima volta gli scontri a Kasserine. Secondo il governo, le forze dell'ordine hanno usato le armai per "legittima difesa", quando attaccate con ordigni incendiari, bastoni e pietre. Secondo una fonte dell'opposizione sono invece almeno 20 le persone rimaste uccise negli scontri nelle due città.
L'appello dell'opposizione - Il bilancio di venti vittime è stato fornito da un leader dell'opposizione che ha rivolto un appello al presidente della Tunisia, Zine El Abidine Ben Ali, a "fermare il fuoco". "Le informazioni che riceviamo da Kasserine e Thala parlano di almeno venti morti, uccisi a colpi d'arma da fuoco durante gli scontri iniziati sabato e che proseguono ancora", ha dichiarato Ahmed Nejib Chebbi, leader storico del Partito democratico progressista. "Hanno sparato contro i cortei funebri", ha affermato.
"La situazione è grave" - Chebbi ha detto di voler convincere il Capo di stato della "gravità della situazione" e lo ha invitato a "fermare immediatamente il fuoco". "Rivolgo al presidente della repubblica un appello urgente per invitarlo a far cessare immediatamente il fuoco e risparmiare la vita a cittadini innocenti, rispettando il loro diritto a manifestare".

domenica 9 gennaio 2011

Aggiornamento ore 16.30:


 E' ormai confermata la notizia di 20 morti tra i manifestanti che da ieri stannno promuovendo iniziative di protesta contro la crisi e il regime di Ben Ali in Tunisia. Secondo Ahmed Nejib Chebbi, leader del Partito democratico progressista, unico partito d'opposizione riconosciuto dal regime, durante le manifestazioni di Kasserine e Thala la polizia ha sparato ripetutamente sui cortei ferendo molte persone e uccidendone 20, tra cui studenti medi e bambini. Al limite della crudeltà e dell'efferatezza la polizia ha aggredito con le armi da fuoco un corteo funebre. Il numero dei morti potrebbe aumentare nelle prossime ore vista la quantità di feriti gravi che sono stati ricoverati negli ospedali. Ad ora il governo ha ammesso che "ci sono stati due morti a Thala uccisi dalla polizia per legittima difesa". Seguiranno altri aggiornamenti...


Il movimento contro la crisi e il regime di Ben Ali


 sta attraversando un momento decisivo. Il regime ha alzato il livello dello scontro aumentando l'uso delle armi da fuoco per reprimere i cortei. Ieri sono stati uccisi quattro manifestanti, e si sta diffondendo proprio ora la notizia da fonti ancora da verificare di altri morti, (si parla di 20 rivoltosi uccisi, tra cui un bambino di 12 anni) durante alcune manifestazioni. Gli studenti medi continuano ad organizzare spontaneamente cortei e scioperi e si sperimentano le prime occupazioni delle facoltà. Dalla rete il flusso di informazioni su come aggirare i cyber-controlli del regime ha raggiunto la gran parte degli utenti che stanno fortunosamente applicando saperi una volta patrimonio di una piccola elites di internauti. E ieri il sindacato dopo aver sfilato nella capitale ha alzato i toni diffondendo una dichiarazione in 10 punti per rilanciare la lotta... che sembra voler puntare alla proclamazione di un grande sciopero.

Il 7 gennaio ci sono stati gravi scontri tra studenti universitari e polizia nella facoltà di lettere di Sousse

. Dopo la fine della sessione di esami della mattina centinaia di studenti hanno occupato la facoltà per tenere un'assemblea che ha poi deciso di uscire in corteo per manifestare solidarietà e partecipazione al movimento e alla rivolta. Le uscite della facoltà, presidiate da polizia politica e celere, sono state chiuse dalla forze dell'ordine, e a quel punto gli studenti hanno deciso di non poter accettare l'ennesima provocazione del regime e hanno tentato di rompere l'assedio dell'università. Sono seguiti scontri e la polizia ha fatto ampio uso di lacrimogeni, caricando e inseguendo i manifestanti fin dentro le aule, gli studi dei docenti e l'infermeria. Picchiati e manganellati anche molti professori che hanno tentato di impedire alla polizia di lanciarsi in una feroce caccia all'uomo dentro i locali dell'università.

Ieri, 8 gennaio, gli studenti medi tunisini hanno continuato a manifestare

 in molte città del paese e come a Sousse, durante l'occupazione dell'università, anche dalle scuole superiori è forte la richiesta di scarcerazione immediata di due studenti dell'UGET (Unione Generale degli Studenti Tunisini), finiti nel mirino della repressione per il loro attivismo nella rivolta. A Saida durante un corteo di studenti medi la polizia ha sparato lacrimogeni e caricato ripetutamente i giovani manifestanti, che in risposta alla repressione sono riusciti a coinvolgere numerosi abitanti della città che hanno ingrossato le fila della manifestazione. Secondo testimoni (anonimi) la polizia a poi sparato con armi da fuoco sui manifestanti ferendone 5.
Ma ieri sera forti scontri tra polizia e manifestanti si sono ripetuti ancora nel centro città di Tala, già percorsa nelle scorse settimane da numerose iniziative di rivolta. Le forze dell'ordine hanno fatto ripetutamente uso di armi da fuoco uccidendoMarwane Jomni di 20 anni, Ahmed Boulaabi di 30 anni, Mohamed Omri di 17 anni, e Nouri Boulaabi di 30 anni.

E a Sidi Bouzid ancora un tentativo di suicidio per protesta


. Ieri un venditore ambulante di 50 anni, Moncef Abdouli, si è dato fuoco nel centro della città. Versa ora in gravi condizioni. Questo evento ha provocato l'indignazione del sindacato Unione generale dei lavoratori tunisini (UGTT) che in una nota ha anche duramente criticato l'uso omicida di armi da fuoco della polizia di Ben Ali per rispondere alle rivendicazioni sociali e politiche del movimento. L'UGTT dopo aver sfilato in corteo nella capitale tunisina ha diffuso un documento in 10 punti dove ha espresso solidarietà al movimento di protesta, dichiarando legittime e condivisibili le rivendicazioni dei rivoltosi, appellandosi alla liberazioni di tutti i manifestanti arrestati e per la fine dello stato d'assedio di molte città, sostenendo la lotta degli avvocati e della società civile schierata con i manifestanti, e dichiarando inaccettabile la chiusura di diverse sedi sindacali (regionali e locali) da parte della polizia e il trattamento violento e intimidatorio che stanno subendo molti sindacalisti impegnati nella lotta di questi giorni. Il documento si chiude con l'indignazione per come i media nazionali stanno manipolando e censurando gli eventi, e aggiunge la ferma intenzione del sindacato a voler continuare la campagna per la promozione della democrazia in Tunisia affermando l'immediata necessità di riforme nel campo sociale, dalla disoccupazione all'istruzione.

sabato 8 gennaio 2011

Trema Ben Ali

| Ha tremato! E trema ancora se è vero che nei pressi della residenza presidenziale di Cartagine il dittatore Ben Ali ha fatto parcheggiare un jet pronto per un piano d'evacuazione.
La rivolta distende la sua durata, si dispiega in tutte le città e incalza il regime dopo 23 annidalla sua instaurazione. Anche in Tunisia, come dall'altra parte del Mar Mediterraneo, è la formazione in lotta ad avviare un processo di rifiuto e scontro sociale, ad emergere nella crisi come avanguardia sociale e luogo di convergenza per le tante lotte operaie che si susseguono frammentate quanto radicali e coraggiose ormai da decenni.

Dopo il 17 dicembre, dopo che Mohamed Bouazizi, laureato e disoccupato, si è dato fuoco a Sidi Bouzid per protestare contro il sequestro del suo banchetto di frutta e verdura, la Tunisia è entrata in movimento ed è iniziata la rivolta. Dapprima circoscritta nella zona di Sidi Bouzid si è poi allargata in tutti i centri produttivi del paese magrebino ed ha poi raggiunto anche i paesi e le zone più periferiche, in un intreccio di solidarietà e lotta che vede fianco a fianco, studenti medi e universitari, professori delle superiori, operai, disoccupati, avvocati e sindacalisti di base nel non voler cedere alla violentissima repressione messa in atto dal regime.

A sostenere le lotte e la mobilitazioni c'è l'intersezione, un'incidenza tra due spazi di organizzazione: le sedi sindacali e i social network, i blog.
Le prime, fin dal primo giorno di sollevamento a Sidi Bouzid, hanno visto le porte spalancate dai sindacalisti di base, che hanno trasformato le stanze del sindacato in luoghi dove far convergere i saperi, le passioni e le capacità delle soggettività emergenti. Gli studenti e i laureati disoccupati hanno così trovato un luogo dove connettere il rilancio politico della rivolta alle capacità maturate da tanti sindacalisti di base, e ai saperi di avvocati e professori degli istituti superiori che in gran numero hanno fin da subito scelto da che parte stare. Le sedi del sindacato sono divenuti quindi i luoghi delle assemblee durante i momenti di tregua, ma anche base e presidio sociale permanente da cui far partire i cortei e le iniziative in tutte le città della Tunisia. L'appello che gira ovunque per la rete è quello di andare davanti alle sedi del sindacato e attendere che il numero cresca per poi partire in corteo o realizzare l'iniziativa di protesta.
i social network riescono anche questa volta a dare continuità alla comunicazione tra le località e a denunciare la repressione del regime.
L'apparato statale di Ben Ali già nel mese di dicembre aveva messo sotto sorveglianza l'intera rete tunisina. Dopo l'esplosione del "Cable Gate" Wikileaks era stata oscurata e più in generale era stato inibito l'accesso a tutte le fonti di informazione che avevano ripreso i cable contraddistinti da toni apertamente critici nei confronti del regime nord-africano, e che dall'inizio della rivolta sono divenuti i referenti della comunicazione in rete dei rivoltosi.
Con l'acuirsi delle proteste di questi giorni la guerra in rete si è fatta immediatamente più intensa ed ha visto diverse impennate. Dal 30 dicembre le comunicazioni dei netizen tunisini (la cui comunità Facebook è la più estesa di tutto il nord-africa) vengono ostacolate da un sofisticato sistema di censura, (nome in codice "Ammar") in grado di impedire la diffusione di foto, video, parole chiave (come l'hashtag #sidibouzid utilizzato su Twitter) ed altri aggiornamenti in tempo reale nel resto del pianeta.
Nelle ultime ore però questo quadro è stato attraversato e scosso dall'iniziativa di Anonymous, l'organizzazione di hacktivisti che il mese scorso si era resa protagonista di attacchi su larga scala nei confronti di Mastercard, Visa, Paypal, Amazon e di tutte le altre imprese ed aziende che in seguito alle pressioni di Washington avevano di fatto contribuito al tentativo di isolamento internazionale di Wikileaks, tagliandone i canali finanziari e facendo venir meno la disponibilità ad ospitarne la piattaforma tecnica. Attraverso un breve comunicato, il cui sapore è quello di una chiamata alle armi, è stata lanciata l'operazione Tunisia (#OpTunisia).
Senza mezzi termini gli hacker dell'ormai nota organizzazione hanno mandato un aut-aut al regime di polizia di Cartagine: fino a quando continuerà il blackout mediale che sta rendendo impossibile una copertura giornalistica delle proteste tunisine, tutte le organizzazioni responsabili di tale censura saranno oggetto di attacchi informatici.
E la promessa è stata mantenuta: in poche ore, uno dopo l'altro, sono stati resi irraggiungibili diversi siti governativi. Ma se a dicembre Anonymous si era "limitata" a mettere in atto dei DDOS (ovvero operazioni volte ad impedire l'accesso ad un sito convogliando verso di esso un grande carico di informazioni in modo da renderlo inaccessibile), gli attacchi di questi giorni hanno segnato un salto di qualità. Il sito web di Mohamed Ghannouchi, il primo ministro tunisino è stato defacciato: nella home page ha campeggiato per diverse ore un messaggio dove veniva ribadito che "Operazione Tunisia" sarebbe continuata per tutto il tempo necessario. O almeno fino a quando il governo di Tunisi non si deciderà a togliere la cappa censoria che avvolge il sistema di comunicazioni internet del paese.
Nei fatti anche questa operazione sta contribuendo a mutare i rapporti di forza tra piazza e regime visto che i social network e i blog continuano a pubblicare informazioni e a funzionare come strumenti per la promozione di iniziative, come il recente flash-mob organizzato nella capitale ha dimostrato, riuscendo a bloccare i treni e le linee metro che sono state occupate allungo dai manifestanti che hanno aderito all'iniziativa coinvolgendo anche tante altre persone che non avevano avuto modo di leggere la pagina evento costruita su facebook.

Sedi sindacali e rete sono quindi ad oggi i due spazi intersecati dell'organizzazione spontanea della rivolta tunisina che a fronte di una repressione incredibile continua a rilanciare in avanti il programma di rivendicazioni. Se all'inizio i contenuti della prima sommosse erano legate ad un piano rivendicativo interessato fondamentalmente a reclamare impiego per i diplomati e laureati disoccupati, con l'estendersi alle altre città della mobilitazione la piazza ha iniziato a reclamare e lottare desiderando e affermando la volontà di conquistarsi anche dell'altro: la libertà contro il regime, e una ridistribuzione generale della ricchezza contro la crisi. Questo passaggio formidabile quanto repentino del programma della rivolta da ragione della soggettività che sta guidando la mobilitazione: la formazione in lotta sta riuscendo a parlare a tutta la società e a coinvolgere nelle dimostrazioni di piazza tante altre lotte sia operaie che legate ai diritti civili che prima di fatto comunicavano poco tre loro e risentivano della frammentazione.

Grazie a queste giornate di rivolta i minatori di Gafsa (che diedero vita a una mobilitazione con tendenza insurrezionale nel 2008) oggi possono avare al proprio fianco decine e decine di avvocati in lotta per aprire spazi di diritto nel regime di polizia tunisino. Ma questo è solo un esempio di molto altri ambiti simili di reciprocità tra istante politiche e sociali che oggi convergono nelle piazze a partire dalle sedi sindacali e dai social net-work.

Lotta e organizzazione stanno permettendo quindi da più di 20 giorni di reggere un livello repressivo durissimo che si è scatenato oltre alla disinformazione e alla censura sui territori e sui corpi dei manifestanti. Fin da subito il regime ha impiegato tutta la sua violenza e brutalità per spegnere e bloccare la mobilitazione: la città di Sidi Bouzid è stata completamente chiusa e assediata da polizia ed esercito che anche in altre città ha sparato contro i manifestanti uccidendone due e ferendone a decine, sono state eseguite numerose perquisizioni nelle dimore di compagni e compagne, e gli arresti notturni e durante le manifestazioni hanno portato in carcere decine e decine di manifestanti. A questi eventi repressivi contro attivisti, sindacalisti e manifestanti si aggiungono poi le torture effettuate contro ragazzi anche minorenni (a Menzel Bouzayane è stato torturato anche un bambino di 14 anni durante un fermo di polizia), e sequestri e pestaggi di giornalisti e avvocati. Questi ultimi sia a Tunisi che in altre città non sono riusciti ad entrare nelle aule di tribunali perchè caricati dalla celere (come nella capitale), o pestati nei pressi delle aule da parte della polizia politica. Avvocati desaparecidos, pestati o sequestrati e poi abbandonati fuori città, giornalisti arrestati preventivamente o con le case circondate dalla polizia politica che sequestra computer, telecamere e cellulare.

Tutta questa macchina repressiva questa volta non sembra intimidire il movimento, ma anzi come ha dichiarato un'avvocatessa sequestrata e poi liberata dopo alcuni giorni dalla polizia politica "Ben Ali ha capito che sta volta può avere i giorni contati, nel discorso fatto alla televisione dal dittatore per le prima volta abbiamo colto una prima paura, un primo cedimento".

Ed ha ragione visto che durante la prima settimana media e comunicazione istituzionale semplicemente ignoravano le città in stato d'assedio, l'esercito che sparava sui manifestanti, i tentativi di suicidio dei disoccupati, insomma per i media ufficiale la mobilitazione non esisteva.

Ma nella settimana successiva il regime ha dovuto fare un passo indietro fino al punto che Ben Ali durante un discorso alla nazione sui canali del regime ha ammesso che "sono in atto tentativi di strumentalizzazione di disagio sociale da parte di isolati gruppi di criminali, manipolatori e provocatori che vogliono dirottarlo verso malsane finalità politiche". Questa ammissione nel contesto del regime di polizia tunisino è il primo riconoscimento di una rivolta sociale in atto, dagli esiti per loro non più facilmente controllabili e che nello sciopero indetto per il 12 gennaio potrà trovare l'occasione per compiere ancora un passo in avanti.

Le giornate di conflitto sociale in Tunisia per la loro composizione, per la potenza che stanno esprimendo e la forza che stanno accumulando mostrano ancora una volta come il fuoco della conoscenza sia capace di puntare in alto nei territori della crisi ed aprire spazi di autonomia, divenire prima avanguardia sociale dove il lavoro del braccio e il lavoro del cervello si riconoscono come ambito comune e reciproco di lotte e liberazione dalla crisi e dalla sfruttamento. Dalle vecchie sedi sindacali si punta al governatorato, dalla rete si sfasciano i siti del regime, in entrambe spontaneamente ci si organizza: è questo intreccio un segno che anche oltre le frontiere della Fortezza Europa l'alternativa alla crisi, che è sempre e solo lotta e organizzazione costruisce un altro, nostro, mondo senza frontiere.