sabato 8 gennaio 2011

Grosso guaio a Tunisi

È cominciato tutto con un giovane che si è cosparso della benzina sul corpo e si è dato fuoco.
Mohamed Bou’azizi è un laureato 26enne senza un lavoro stabile: ha una bancarella a Sidi Bouzid (capoluogo della regione centrale omonima), in Tunisia, con la quale vende frutta e verdura senza permesso, nel tentativo di aiutare la sua famiglia. Il 17 dicembre 2010 la polizia gli confisca tutta la sua merce, e un agente lo schiaffeggia di fronte ai passanti. Bou’azizi cerca vanamente di protestare, ma gli agenti si mostrano inflessibili e se ne vanno. Di qui il disperato gesto. Il giovane, straziato dalle ustioni, muore il 5 gennaio 2011 in un letto d’ospedale.
Quelle fiamme e quell’impotente immolazione scuotono profondamentel’intera nazione. Nell’arco di pochissimo tempo le proteste iniziano a scoppiare nella regione di Sidi Bouzid e nelle aree limitrofe – dimostrazioni che sono iniziate nel sangue e che stanno proseguendo, ancor oggi, nel sangue. Il 22 dicembre, nella stessa città, il ventiduenne Houcine Falhi si attacca a dei cavi dell’elettricità e si fulmina nel mezzo di una manifestazione, gridando: “No alla miseria, no alla disoccupazione!”. Due giorni dopo, a Menzel Bouzaiane (città vicina al capoluogo), la polizia spara sulla folla per cercare di sedare le proteste e colpisce il diciottenne Mohamed Ammari, che muore sul colpo, e il 44enne Chawki Belhoussine El Hadri, che morirà dopo qualche giorno di agonia. Nel frattempo non si contano le azioni di violenta repressione effettuate dalla polizia del regime, i feriti, gli arresti indiscriminati di manifestanti e di membri dell’opposizione. Non mancano nemmeno i casi di tortura, come denunciato da alcuni avvocati impegnati nelle manifestazioni. Viene anche vietato l’ingresso nelle moschee.
Nella storia recente della Tunisia, i mesi di dicembre e gennaio sono sempre stati periodi dell’anno politicamente molto caldi: nel gennaio del 1978 ci fu uno sciopero generale; il 1980 fu la volta di un’insurrezione sostenuta dalla Libia; infine, nel 1984, la gente si riversò in piazza per il pane. Dopo più di 20 anni, in una rivolta che ricorda la fase crepuscolare di Ceausescu in Romania, il popolo tunisino si ritrova a combattere contro un regime pseudo-democratico sfigurato dalle piaghe della corruzione e da una censura che fa impallidire quella cinese, mentre il mondo occidentale (a parte qualche eccezione, e quasi esclusivamente online) sta completamente e vergognosamente ignorando la vicenda.
KHOBZISTES DON’T LIKE IT
Per decenni, il governo tunisino e il suo presidente Zine Al Abidine Ben Ali hanno dato un’immagine vincente della Tunisia. Il paese africano era il fratello minore che ce l’aveva fatta, il bambino prodigio della famiglia che, nonostante una famiglia assente e la povertà assoluta, dopo anni di borse di studio e complesse frodi finanziare ora gira in Mercedes, sorseggiando elaborati cocktail in riva al mare in camicia di lino bianco, con l’ennesima fidanzata/modella che lo aspetta nella suite di qualche hotel a 7 stelle con le autoreggenti e un appetito sessuale che il 90-60-90 riesce a malapena a contenere – e questo mentre gli altri fratelli si scannano in guerre civili fratricide, si iniettano l’eroina in squallidi e sporchi vigoli, contraggono malattie veneree a più non posso e vengono sommersi dai rifiuti tossici.
Sotto la patina glamour, rassicurante e florida imbastita dalla sapiente propaganda tunisina, la realtà è tutt’altro che scintillante: è cupa, angosciante, drammatica. Nonostante alcune organizzazioni, tra cui il Fondo Monetario Internazionale, abbiano elogiato la tenuta economica della nazione durante la crisi e il governo abbia dichiarato che nel 2010 il Pil è cresciuto del 3,1%, la disoccupazione è a livelli gargantueschi: si attesta globalmente intorno al 14%, e nella fascia d’età tra i 15 e i 29 anni tocca un impressionante 30%.
È la generazione dei khobzisti (i senza lavoro), quella che ora si sta dando fuoco in piazza, che si attacca ai cavi dell’alta tensione, che scende in piazza per cercare disperatamente di costruirsi una dignità di cui è sempre stata privata – una generazione di laureati altamente specializzati che, dopo aver completato il cursus accademico, si ritrova per strada a vendere frutta o cianfrusaglie, o direttamente lavora in nero, o emigra verso altri lidi, oppure semplicemente decide di farla finita.
Le cause di questa disastrosa empasse nel mondo economico e del lavoro sono molteplici. Sin dal 1956 il tacito contratto tra il governo e il popolo era quello delle “provviste di pane”, cioè un esteso sistema di sussidi statali (pane, caffè, zucchero, educazione, a volte abitazioni, addirittura attività ricreazionali) in cambio di deferenza politica. Ma nell’ultimo periodo questo contratto ha iniziato a incrinarsi irreparabilmente: alcuni cambiamenti fiscali, politici e sociali hanno causato una drastica riduzione dei sussidi statali, marginalizzando ulteriormente le aride zone agrarie del centro-sud del paese, travolte da condizioni naturali sfavorevoli e scarsa o nulla capacità imprenditoriale delle élite del paese e dello Stato.
Il modello di sviluppo tunisino soffre inoltre di eccessiva specializzazione ed è quasi completamente dipendente da un unico mercato, quello dell’Unione Europea. Per contro, la stragegia di crescita sotto il regime di Ben Ali è stata impostata su settori a basso grado di specializzazione basati sulla manovalanza, quali quello tessile, manifatturiero e turistico (rivolto soprattutto agli europei con reddito medio-basso) – settori che non possono chiaramente offrire adeguate possibilità per chi si affaccia sul mercato del lavoro uscendo dall’università.

Ancora, gli investitori sono protetti dalla legge tunisina quanto un malato terminale rinchiuso in una gabbia di velociraptor: l’assenza totale di trasparenza, la burocrazia opprimente e istituzioni disfunzionali e prive di fondi strozzano le imprese e stroncano sul nascere la creazione di nuovi posti di lavoro. A completare il quadro c’è la distribuzione del prodotto nazionale lordo, un altro fattore di grande disparità: l’80% di questo è concentrato sulle coste, e le regioni sud-centro-occidentali, dove risiede il 40% della popolazione, fanno registrare un misero 1/5.
UN GOLPE È PER SEMPRE
L’attuale presidente Ben Ali è salito al potere il 7 novembre del 1987. Il regime del precedente capo di stato, il vecchio e malandato Habib Bourghiba, boccheggiava da circa dieci anni per ragioni analoghe a quelle che animano le proteste di oggi. In quella notte Ben Ali (all’epoca primo ministro) si sbarazzò del suo precedessore con un certificato medico di “incapacità psicofisica” e, grazie ad un simil-golpe incruento, iniziò ad instaurare il suo regime di ferro. Con l’aiuto decisivo dell’Italia.
La circostanza è emersa nel 1999, quando “La Repubblica” riportò per prima la vera storia del colpo di stato di Ben Ali. Fulvio Martini (ex capo del Sismi sotto i governi Craxi, Fanfani, Goria, Andreotti), interrogato nell’ottobre del 1999 dalla Commissione Stragi presieduta da Giovanni Pellegrino, dichiarò:
Negli anni 1985-1987 noi organizzammo una specie di colpo di Stato in Tunisia, mettendo il presidente Ben Alì a capo dello Stato, sostituendo Burghiba che voleva fuggire.
L’articolo del quotidiano romano continua così:
Secondo le dichiarazioni di Martini, il nostro paese mise in atto un golpe per estromettere dal potere un leader malato e pericoloso per la stabilità dell’intera area maghrebina e porre al comando un presidente gradito all’Italia. [...] Ci fu, dice Martini, “un trasferimento di poteri tranquillo e pacifico”. Il cui merito, egli afferma, va soprattutto a due persone: Bettino Craxi e Giulio Andreotti. A partire dal 1985 si era creata nella regione “una situazione politico-diplomatica abbastanza complessa”. Si era aperta “una questione di successione al vertice della repubblica tunisina” non facilmente risolvibile. “Si trattava di procedere alla sostituzione di Bourghiba. Bourghiba”, racconta l’ex ammiraglio, “era stato il simbolo della resistenza contro i francesi, ma era un uomo di età molto avanzata e non era più nelle condizioni fisiche e mentali di guidare il suo paese”. Il vento dell’integralismo islamico che comincia a scuotere il Nord Africa arriva a farsi sentire anche in Tunisia. Bourghiba, ricorda Martini, reagisce ma in maniera “un po’ troppo energica”. “Minacciò di fucilare un certo numero di persone e fu subito chiaro che una reazione del genere avrebbe portato a sovvertimenti suscettibili di pesanti riflessi negativi anche nei paesi vicini”. Ed è a questo punto che entra in gioco il governo italiano. Bettino Craxi è dal 4 agosto 1983 il presidente del Consiglio. Giulio Andreotti è il ministro degli Esteri. “Su loro direttive”, cioè per ordine di Craxi e Andreotti, Martini dice ai suoi uomini di agire in Tunisia “paese con cui avevamo eccellenti rapporti”. “Riuscimmo a concludere una prima transazione sui principali punti di contrasto, poi proponemmo una soluzione soddisfacente per tutti che fu accettata e la successione di Bourghiba avvenne con un trasferimento di poteri tranquillo e pacifico”.
Il presidente “gradito all’Italia” – lo stesso che permise ad un Craxi inseguito da custodie cautelari e avvisi di garanzia di svernare nel dorato rifugio di Hammamet – da 21 anni tiene in pugno la Tunisia somministrandole continuamente una letale amalgama autoritaria composta dalla repressione totale del dissenso, dal clientelarismo, dalla censura soffocante/capillare/ubiqua e dalla corruzione, giunta ormai a livelli strastoferici. Due cablogrammi pubblicati recentemente da WikiLeaks delineano efficacemente la situazione. Nel primo la corruzione tunisina viene comparata ad “un cancro che si sta espandendo sempre di più, incoraggiato dalle pratiche corrotte del Presidente Ben Ali e della sua famiglia allargata”. Nel secondo, risalente al 2008 e classificato “segreto” dall’ambasciatore statunitense Robert F. Godec, si analizza la vera filosofia dell’esecutivo tunisino – ovvero, “quello che è tuo è mio”:
Oltre alle storie che riguardano gli opachi affari della Famiglia presidenziale, i tunisini si imbattono in pratiche corruttive anche a livelli più bassi, ad esempio nella polizia, nelle dogane e nei ministeri governativi [...]. Quelli che comandano sono ritenuti i maggiori responsabili, e in più è probabile che questi rimangano al potere: nel sistema non c’è dunque alcun controllo.
Naturalmente, la risposta del governo di Ben Ali non si è fatta attendere: nell’attimo di un battito di ciglia WikiLeaks, TuniLeaks (un clone locale del sito di Assange & co.) e diversi siti che riportavano il contenuto dei cable sono stati fatti sparire dal web tunisino. E questo ennesimo, arrogante atto di prepotenza censoria ha così aperto un altro fronte di protesta – un fronte potenzialmente inedito e dalle implicazioni ancora incerte. Da quel momento in poi la battaglia si sta combattendo anche su Internet, con intensità certamente non minore rispetto a quanto avviene nelle strade.
TUNISI, CENSURA FORMATO JUNTA
“Qui non abbiamo Internet, abbiamo una intranet nazionale” – Azyz Amamy, attivista tunisino
La Tunisia ha uno dei sistemi di censura online più sofisticati, complessi e pervasivi al mondo. Nonostante il paese nordafricano sia sulla carta una democrazia secolare, il controllo di Internet è ai livelli di quello cinese o birmano, e chiunque scriva articoli ritenuti sgraditi dal regime viene regolarmente arrestato, compresi i blogger1.
L’Agence Tunisienne d’Internet (ATI) è l’agenzia che si occupa di tutto quello che riguarda Internet, e opera sotto il Ministero delle Comunicazioni2. L’ATI, inoltre, detiene il controllo sulle infrastrutture di rete e quindi, de facto, sui provider privati tunisini che per lavorare sono obbligati a rivolgersi all’agenzia di Stato. Nel corso degli ultimi anni quest’ultima, attraverso il suo braccio armato digitale “Ammar 404″3, ha utilizzato estensivamente le tecniche censorie per eradicare il dissenso. Quelle maggiormente utilizzate sono quattro: filtraggio dei DNS; filtraggio degli IP; filtraggio delle keyword (parole chiave); blocco selettivo degli URL (YouTube, ad esempio, è censurata dal 2007).
Come da copione, le tv di Stato e i giornali vicini al regime non hanno minimamente parlato degli scontri, se non per ridicolizzarli o addossare la responsabilità del malcontento a fantomatici agenti esterni o a disfattisti interni – le classiche, squallide scuse utilizzate da un potere autoritario e senza ritegno. Nel corso delle proteste, dunque, l’unica fonte affidabile per raccogliere e condividere informazioni è diventata Internet – e questo ha scatenato una censura sempre più spietata, che opera in maniera decisamente febbricitante, con la bava alla bocca, indiscriminatamente.

In questi giorni diversi attivisti, scrittori e blogger hanno denunciato che i loro account Facebook, Gmail e Twitter sono stati sabotati, e i loro dati personali e d’accesso raccolti illegittimamente attraverso delle stringhe nascoste di codice JavaScript (in gergo phishing) immesse nell’internet tunisina dall’ATI (un vero e proprio caso di hacking di Stato, dunque). Persino le reti 3G, sempre secondo quanto dichiarato da manifestanti e attivisti che riescono a connettersi solamente attraverso dei proxy, hanno cominciato a non funzionare nelle aree dove si tenevano le manifestazioni – ovviamente dopo che l’utilizzo massiccio di smartphone e cellulari per riprendere e postare notizie in tempo reale aveva cominciato a dare molto fastidio al governo.
Un aiuto inaspettato4 alla causa dei protestanti tunisini è arrivata dal gruppo di hacktivism Anonymous, recentemente balzato agli onori delle cronache dopo gli attacchi DDoS (Distributed Denial-of-Service) a Mastercard, Paypal, Bank of America e altri istituti finaziari (e non) che avevano tolto il supporto a WikiLeaks (“Operation Payback”). Con un consueto comunicato apparso il 2 gennaio su AnonNews.org, il gruppo annunciava l’inizio dell’”Operatione Tunisia”:
Questo è un avvertimento al governo della Tunisia: non saranno più tollerati gli attacchi alla libertà di parola e informazione dei suoi cittadini. Qualsiasi apparato coinvolto nella censura sarà preso di mira e non sarà lasciato libero fino a quando il governo tunisino non ascolterà la richiesta di libertà del suo popolo. Fermare questa situazione è una responsabilità del governo tunisino. Liberate la rete, e gli attacchi cesseranno; continuate ad avere questo atteggiamento, e sarà solo l’inizio.
In effetti, l’operazione è tutt’ora in corso. Dopo aver colpito con una serie di DDoS i siti di Presidenza, Primo Ministro, Borsa, Ministero degli Esteri, Industria, Commercio e altri ancora, gli attivisti di Anonymous stanno aiutando i tunisini a far uscire informazioni, video, foto e ad impostare reti Tor e VPN che permettano una connessione relativamente sicura, al riparo dall’occhio di Sauron della censura governativa. Così com’era successo con le proteste in Iran, Anonymous sta offrendo ai manifestanti un supporto prettamente tecnico, ma assolutamente vitale in un contesto in cui le notizie difficilmente riescono a bucare il muro d’acciaio che separa la Tunisia dal resto del mondo.
LA SITUAZIONE È DISPERATA, MA NON È L’IRAN
Resta da capire perché i media occidentali non ne parlino, o ne parlino sporadicamente, trattando l’argomento con estrema sufficienza. La stampa italiana, che pure avrebbe interesse a parlarne dati i rapporti economici e politici con la Tunisia, non ha praticamente prodotto un singolo articolo degno di nota sulla vicenda – solo qualche rachiticolancio d’agenzia o frettolosi riepiloghi.
Su Facebook gira una nota in cui è scritto che “se ciò fosse accaduto in Iran, invece che in Tunisia, sarebbe sulle prime pagine di tutti i giornali”. In effetti, quello che sta succedendo nella “democratica” Tunisia è una sorta di inquietante anticipazione distopica di alcuni malsani trend che stanno pericolosamente prendendo piede in Europa – e non solo. L’inconfessabile tentazione censoria sulla rete, i tagli selvaggi alle politiche sociali, la disoccupazione crescente, la frustrazione del mondo giovanile drammaticamente vicina al punto di rottura: questi sono i confusi sintomi di un interregno in cui il vecchio sta morendo, e il nuovo non è ancora nato.
Non si può ancora sapere se le proteste in Tunisia segneranno l’inizio della fine per il corrotto regime di Ben Ali. Tuttavia, l’attuale situazione politica rimanda inevitabilmente a quella del 1975-1976, biennio che trascinò Habib Bourguiba verso la lunga, torrida e tempestosa strada del declino. Anche nel gennaio 2011 si assiste allo stesso, scabroso spettacolo di un presidente che sta invecchiando sempre di più, totalmente scollegato dal suo popolo, annaspante in una repressione anacronistica e disperata, ossessionato da una paranoia quasi-nixoniana pre-Watergate.
Al contempo, tuttavia, ci si rende perfettamente conto che il sistema non prevede un chiaro meccanismo democratico per la selezione del successore – e, ad essere onesti, in questo momento un successore nemmeno esiste. Il caos verso cui la Tunisia sembra essere irremediabilmente diretto potrà, alla fine, semplicemente schiudere le porte del Palazzo di Cartagine ad un altro Ben Ali, un altro presidente non eletto messo lì affinché le cose non cambino, mai.
Ma una cosa è certa.
Nel 1943 Sidi Bouzid fu il teatro della battaglia degli Alleati contro i Nazisti. Ora la battaglia è tra la Tunisia e il suo governo, ed è una battaglia per conquistare la libertà, libertà soprattutto dalla fame. Una battaglia per conquistare il futuro.
E chi controlla il futuro controlla anche il presente.

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