mercoledì 19 gennaio 2011

Ben Ali rifugiato in Arabia, l'interim al fedelissimo Mebazaa Ma è ancora caos: saccheggi e fughe in massa dalle carcer

video

A Tunisi è l’ora dei gattopardi, di quelli che mentre tutto sta mutando vogliono, sottilmente, tutto restaurare, far sì che lo scandalo mirifico di un popolo arabo, il primo, che ha costretto il tiranno a fuggire rientri nell’ordine antico, il «benalismo» senza Ben Ali. C’è sempre un passato regime, un passato governo, una passata amministrazione cui attribuire omissioni e nefandezze, dopo aver indotto il tiranno a decollare confidano di poterne uscire senza ammaccature e col potere intatto. 

Lavorano in fretta, sanno di non avere molto tempo; adesso che la fantasia di questo povero popolo scorticato si è sfogata sarà difficile farla ritornare indietro. È una corsa che si gioca in 24, 48 ore forse. I gattopardi del ventennio tunisino, i ras, i notabili, gli uomini di affari, la borghesia grossa dei sazi contro la grande onda che si è alzata dalla strada. È un tempo affascinante e sospeso: la storia della Tunisia nuova che c’è, che vibra, scorre davanti a noi come il fiume di Eraclito. Ma è tempo tortuoso e di tortuose e ambigue reversibilità, ricatti e riscatti. 

Inevitabile in un Paese che da 23 anni non conosce altro che un regime mellifluo e corruttore. Per i ragazzi che sono andati in strada tutto ciò che viene prima di questo mese fatidico e precede il diluvio, è altra cosa. Ma quelli che ancora comandano e sceglieranno l’avvenire appartengono a prima del diluvio. E abissi del genere non si possono spesso oltrepassare. Come i partiti di opposizione che dovrebbero entrare nel governo di transizione e organizzare entro 60 giorni elezioni libere: erano, loro, a libro paga del regime, ingrassati con stipendi seggi e carriere. 

Ma non ce ne sono altri, i veri oppositori escono, stravolti, intontiti, da esilio e galera, non hanno sedi, mezzi, sono facce sconosciute. Tranne forse Rached Ghannouchi, il leader del Partito islamico, moderato, Ennahda, fuorilegge dal 1991, che si è detto pronto a tornare in patria dall’esilio parigino e alla formazione di un governo di unità nazionale. Due immagini, semplici, con l’avvertenza che questa è una realtà dove ancora «buoni» e «cattivi» si mescolano e si confondono. 

La prima. I ritratti di Ben Ali, la mano sul cuore, il sorriso da seduttore arrogante, giganteggiano ancora ovunque nelle strade della capitale, presidiati dai carri armati dello stato di emergenza. Stramberia? Dimenticanza? No, è la prova che nulla è deciso, che nessuno lo ha abolito anche se ormai c’è un nuovo presidente, Fouad Mebazaa, vecchio bourguibista, ovvero dell’età che con gli occhi di poi, appare d’oro zecchino. E dicono sia uomo di schiva e severa vita anche nel marciume dei tempi passati. Fin che i ritratti saranno lì, il benalismo non sarà cancellato. 

Il Potere nel Maghreb è soprattutto una faccia. Per abolirlo non bastano i documenti, bisogna umiliarlo iconologicamente, a fucilate, lordandolo di pietre, di vernice, bisogna scalpellarlo o almeno scialbarlo nei trivi, nelle bettole, nelle aule. Come si è fatto per Mussolini e Ceausescu, Siad Barre e Papa Doc. Questa rivoluzione ha dei martiri, ma non ha ancora una immagine simbolo, che sia il centro, il luogo geometrico della sua esistenza, che ne dica la storia. 

È sospesa nel vuoto. I suoi uomini, poi, sono qui, quelli che hanno qualcosa da perdere con il nuovo, e cioè qualcosa, con il benalismo, da guadagnare. Non sono pretoriani infrangibili, certo, ma marmaglia di affaristi, il clan degli innumerevoli fratelli generi cognati clienti. Che non rinunciava nemmeno a minuti intrallazzi, prendeva la tangente sugli esami all’università, sulla concessione di una licenza di taxi. Sanno che dovranno rendere quello di cui si sono infagottati le tasche e che è ancora qui, nascosto. 

Seminano, loro, il caos, sono la sponda dei più discreti e astuti gattopardi. Nella notte di ieri, ad esempio, squadre di incappucciati sbucati dal Nulla, indisturbati, sono andati all’assalto di negozi e supermercati. Ieri mattina, all’uscita Nord di Tunisi, dove c’è un grande centro commerciale della marca Géant, gli abitanti del quartiere trascinavano fuori dagli ingressi sventrati quanto restava sugli scaffali, residuali, pitoccanti sciacalli del saccheggio privilegiato degli altri. Altri incappucciati hanno dato fuoco alla stazione, in piazza Barcellona. 

Un lavoro da professionisti. Altre squadre forsennate hanno scorato palazzi e abitazioni, picchiando minacciando sequestrando. Ieri mattina un uomo usciva dal commissariato della Medina, e guaiva una domanda senza risposta: «Dov’è mio figlio?», rubato nella notte. I «teppisti» misteriosi viaggiavano confortevolmente su pick-up nuovi di zecca, tutti di una marca coreana di cui è concessionario esclusivo un genero di Ben Ali. 

I racconti passano di bocca in bocca in questo tempo tra passato e futuro, si nutrono di particolari, si cristallizzano, si gonfiano e si sfrondano. Dicono che i saccheggiatori erano guidati da poliziotti, quelli facinorosi, quelli che si sono macchiati di brutalità e di torture, che una volta valevano gratifica e medaglia e domani forse processi e galera: hanno aperto le prigioni arruolato gli evasi «legittimi» per il lavoro sporco. Evasioni di massa che in un caso si sono trasformate in un macello. 

Sono 57 i morti tra i detenuti di Mahdia, a 30 chilometri da Monastir, dopo l’incendio che ha permesso la fuga. Per questo la gente attende ancora prima di schierarsi. Perché ha una memoria per così dire proustiana del recente passato. Ha visto in televisione il primo ministro, Ghannoiui, venti anni a fianco di Ben Ali, maggiordomo obbediente, e al suo fianco un’altra faccia nota, Kallel, ex ministro degli Interni, le braccia ancora intinte fino al gomito nella repressione. Annunciavano, loro, imperturbabili, elezioni, e la partenza definitiva di Ben Ali. 

Allora i ragazzi dell’Intifada tunisina si sono chiesti: è questo il cambiamento? Ci siamo azzuffati per nulla e contro il nulla? Ieri mattina a Gafsa Sidi Bouzid Regueb Kasserine, il quadrilatero dei martiri, sono tornati in strada, e anche a Tunisi. «Qui stiamo girando in tondo, ci prendono in giro - sintetizzava un ragazzo indifferente alla polizia e ai soldati - dovremo bruciare la sede del partito di Ben Ali, la centrale dei ladri».

La seconda immagine, è la copertina di un giornale, specchio, sintesi, fusione, per cosi dire, raffinazione dell’ottimismo e della speranza, saggia, non impertinente e sprovveduta. È Le quotidien uno dei pochi ieri in edicola; titolo La volontà del popolo trionfa, e via di seguito senza respiro per nove pagine di prove dell’era nuova e della brutalità poliziesca. 

Se dici al redattore capo Kamel Zaiem «complimenti avete coraggio», ti risponde: «No, per essere davvero coraggiosi quel giornale avremmo dovuto pubblicarlo il giorno prima, quando nulla era ancora cambiato». Per Zaiem e i tanti come lui, oggi in Tunisia, «essere ottimisti è un dovere, ci saranno giorni e ore difficili, tremendi, ma indietro non si tornerà, la gente non ha più paura». I gattopardi siano attenti al ribollire della lava. Il privilegio di una rivoluzione è di non permettere a nessuno di decidere che è finita.



 Articolo di Domenico Quirico l'inviato di Tunisi